Il petrolio russo

petrolio russo

Quotidianamente i mass-media ci bombardano con notizie riguardanti il petrolio russo, come se esso ed il gas fossero le uniche risorse o fonti di sostentamento della Federazione russa. Non voglio, ovviamente, entrare in un campo che non mi compete e che conosco solo attraverso articoli di persone ben più esperte di me (e, a quanto pare, ben più informate di alcuni giornalisti italiani…). Voglio, in queste poche righe, ripercorrere brevemente la storia del petrolio russo dopo lo scioglimento dell’Unione sovietica e la fine del socialismo in Russia. Una rapida analisi, insomma, degli anni che vanno dalla disastrosa “era” El’cin ai primi anni del primo mandato del presidente Putin. Questo ci permetterà di parlare, seppur rapidamente visto il poco spazio a disposizione, dell’ascesa degli oligarchi e della successiva ri-statalizzazione del petrolio russo.

L’era El’cin

La questione del petrolio russo in questi anni si lega, per forza di cose, al nome dell’oligarca Khodorkovskij. Prima di spiegare come egli arrivò a mettere le mani sul petrolio della neonata Federazione russa bisogna fare una considerazione. L’ascesa degli oligarchi subì sotto El’cin una forte spinta, ma iniziò già durante l’era Gorbacëv e gli ultimi anni dell’Unione sovietica. Lo stesso Khodorkovskij iniziò la sua ascesa e la sua accumulazione di capitale durante il periodo della perestrojka. Detto questo torniamo a El’cin. L’anno in cui si svolge il dramma è il 1995. La Russia è sull’orlo della bancarotta. Da un lato gli stipendi e le pensioni venivano pagati con grandi ritardi, dall’altro le privatizzazioni erano ferme. In mezzo a questa bufera la posizione di El’cin era assai traballante. Da un lato si rincorrevano voci di un possibile impeachment, dall’altro cresceva l’influenza del Partito comunista. Non era esclusa una sua vittoria sia alle elezioni parlamentari sia a quelle presidenziali. Il ritorno di una guida comunista in Russia era, quindi, molto probabile. Per questo motivo tre oligarchi (Potanin, Smolenskij e, appunto, Khodorkovskij) corsero in aiuto di El’cin proponendo il truffaldino schema “loans for share”, ossia “prestiti in cambio di azioni”. Cosa prevedeva questo schema? Molto semplice: noi oligarchi prestiamo a te, Stato, 1,8 miliardi di dollari (mica bruscolini!), così puoi pagare stipendi e pensioni e garantirti quel minimo di stabilità per mantenere la poltrona e scongiurare il ritorno dei comunisti (non sia mai!). In cambio, però, noi oligarchi chiediamo a te, Stato, di darci dei pacchetti azionari di importanti aziende statali (ovviamente saremo noi a decidere quali, visto che oliamo ben bene la macchina statale). Non basta: se entro un anno tu, Stato, non riesci a rimborsarci il prestito allora noi oligarchi facciamo quello che vogliamo delle azioni che ci hai dato in garanzia. Una vera e propria truffa ai danni del popolo russo, ma che garantiva ai contraenti reciproci benefici. Gli oligarchi sapevano benissimo che non avrebbero avuto indietro i soldi, ma si sarebbero garantiti il controllo di grandi aziende statali ad un prezzo ben inferiore del loro tanto amato valore di mercato. El’cin, dal canto suo, avrebbe mantenuto la poltrona e si sarebbe garantito la vittoria alle elezioni future (anche perchè il buon Boris Nikolaevič, vecchio volpone, subordinò la proprietà effettiva delle azioni alla sua vittoria alle presidenziali). Come tutto ciò influenzò il petrolio russo? Dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo tornare al 1992. In questo anno lo Stato russo, in evidente ritardo rispetto agli oligarchi che, con Alekperov e Bogdanov, avevano già creato compagnie petrolifere, crea la società petrolifera (ovviamente per azioni) Yukos. Tre anni dopo, nel 1995, l’azienda fu inserita nello schema “loans for share” e venne presa da Khodorkovskij. Il 45% delle azioni vennero prese da una azienda dell’oligarca, mentre un ulteriore 33% venne preso da Khodorkovskij stesso.

La situazione del petrolio russo dalla fine dell’Unione sovietica a Khodorkovskij

La situazione del settore petrolifero russo a seguito della dissoluzione dell’Unione sovietica non era delle migliori. Si può parlare di un vero e proprio crollo del settore. Basti pensare che il volume delle estrazioni era precipitato da 591 milioni di tonnellate (anno 1987) a 303 milioni (anno 1998). A contorno di tutto questo vi era il cronico ritardo nel pagamento degli stipendi e il frazionamento delle aziende secondo i rami produttivi. Pure Yukos, nel 1996, era prossimo alla bancarotta. Cosa comportò l’ingresso di Khodorkovskij nel settore petrolifero russo? Comportò una inversione di rotta. Sotto la sua guida Yukos divenne il traino della Russia in quel campo. Basti pensare che nel 1999, quindi solo tre anni dopo alla truffaldina acquisizione, Yukos fu la prima azienda russa ad adeguarsi ai criteri di certificazione finanziaria statunitensi e, nel 2002, il suo rapporto internazionale fu certificato dalla Price Waterhouse-Coopers. In mezzo a queste due date vi è un importante avvenimento. Nel 2000 Yukos fu la prima azienda petrolifera russa a corrispondere un dividendo agli azionisti. Azionisti che, nel frattempo, erano aumentati fino a 60.000, in seguito alla decisione di Khodorkovskij di abbassare la percentuale di azioni da lui detenute. Nel 2002 Yukos contava il 18% del petrolio estratto in Russia (1,4 milioni di barili al giorno) e dal 1998 al 2003 decuplicò il suo valore commerciale. Il settore petrolifero russo, quindi, tornò a volare aumentando la produzione del 44% rispetto al 1998. Arriviamo, quindi, al 2003, anno in cui ci furono importanti novità per il petrolio russo. Prima di tutto nel mese di settembre avvenne la fusione delle compagnie Tnk e Sidanco (russe) con il ramo russo della Bp. L’operazione portò alla nascita della Tnk-Bp che, con un volume d’estrazione di 1,4 milioni di barili al giorno, divenne il terzo produttore russo di petrolio. Da notare che le azioni erano ripartite al 50-50% tra azionisti russi e la Bp. Questa fu la prima penetrazione di capitale straniero nel settore petrolifero russo. In secondo luogo nell’ottobre 2003 Khodorkovskij acquistò, da Roman Abramovic, l’altro colosso petrolifero Sibneft, creando così Yukos-Sibneft, quarto produttore mondiale di petrolio. Subito il colosso statunitense Exxon-Mobil si dichiarò interessato a rilevare tra il 40 ed il 50% delle azioni della neonata azienda, cosa che avrebbe comportato una seconda penetrazione di capitale straniero nel petrolio russo. Il terzo avvenimento importante fu, sempre nell’ottobre 2003, l’arresto di Khodorkovskij per frode fiscale.

Dall’arresto di Khodorkovskij alla ri-statalizzazione del petrolio russo

Si sarà notato che non abbiamo ancora parlato dell’altro grande protagonista di quegli anni: Vladimir Putin. Rimediamo subito. Stando attenti alle date si può benissimo vedere che, contemporaneamente all’ascesa dell’oligarca (e cioè Khodorkovskij), avvenne l’ascesa del politico (vale a dire Putin). Sempre stando attenti alle date si noterà che, tra l’acquisto di Yukos e l’inizio della forte penetrazione di capitale straniero nel settore petrolifero russo, ci sono gli avvenimento del 2001, ossia l’attacco alle Torri gemelle e la successiva ondata di guerre (definite, a ragione, guerre per il petrolio). Perché è importante sottolineare questo? Perché il presidente Putin capì subito l’importanza geopolitica del petrolio. Il buon Vladimir Vladimirovič, tuttavia, capì anche che con tale settore in mano privata e con la penetrazione di capitale straniero (anglo-statunitense, che erano poi le nazioni più direttamente coinvolte nelle guerre per il petrolio e interessante ad un controllo monopolistico della preziosa risorsa energetica) si allontanava, per il Cremlino, la possibilità di controllare ed influenzare l’estrazione e le produzione di petrolio. Cosa che, ovviamente, avrebbe rappresentato un gravissimo danno per la Federazione russa. Alla luce di queste considerazione e di questi motivi economici (e non di inconsistenti motivi politici) si deve vedere il crollo di Khodorskovskij e la decisione del presidente Putin di procedere verso una ri-statalizzazione del settore petrolifero (in opposizione alle pressioni dei liberali che puntavano verso una continua e cieca libertà d’azione per i privati). Come avvenne questa ri-statalizzazione? È presto detto. Già durante il processo contro Khodorkovskij il tribunale dispose la vendita di Yugansknetfegaz, vale a dire del comparto produttivo di Yukos. Il 76,79% delle azioni venne preso dalla Baikal Finance Group. Tale compagnia, dopo pochi giorni, fu rilevata al 100% da Rosneft, che era la compagnia petrolifera di Stato. Cosa succede dopo pochi mesi? Succede che Rosneft e Gazprom realizzano una fusione. Grazie a queste mosse gran parte di Yukos venne nazionalizzato e, allo stesso tempo, lo Stato russo, proprietario di Rosneft, recuperava la maggioranza delle azioni di Gazprom. Il settore energetico russo era così tornato sotto il controllo dello Stato. Ovviamente gli Stati Uniti non gradirono questa mossa, ma, contemporaneamente, si assistette ad un riavvicinamento tra Russia, Cina e India. Riavvicinamento che dura ancora oggi e che, secondo diversi analisti, potrebbe portare ad un cambio di guardia a livello mondiale. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

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