Da Lisbona a Parigi. Il settembre internazionalista di Fronte Popolare

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Riceviamo e pubblichiamo questo interessante articolo del Fronte Popolare. Nelle righe che seguono potrete trovare un resoconto ed alcune importanti considerazioni sugli appuntamenti internazionali a cui le compagne e i compagni del Fronte hanno partecipato. Buona lettura!

Ovunque in Europa, settembre è tempo di ripresa. Si torna al lavoro, alla vita e le lotte sociali, che pure l’estate non sopisce, riprendono slancio nella prospettiva di una nuova stagione di aggressione padronale e resistenza. Per questo motivo, da sempre settembre è il mese in cui le classi lavoratrici festeggiano, celebrano la forza delle proprie organizzazioni politiche. La prima festa popolare di un partito rivoluzionario fu quella del quotidiano comunista francese l’Humanité, ideata nel 1930 dal grande dirigente operaio transalpino Marcel Cachin per celebrare il carattere di massa, il profondo legame del PCF con le tradizioni, la socialità, la vita stessa del suo popolo. Poi vennero tutte le altre, incluse le nostre feste de l’Unità, nate per offrire una rappresentazione del carattere nazionale e popolare del PCI e poi distorte e trasformate gradualmente nell’attuale glorificazione del renzismo e del suo asservimento grottesco e scodinzolante al capitale monopolistico.

Al termine del suo primo anno di lotta, Fronte Popolare è stato presente ai due principali appuntamenti settembrini del movimento comunista: dapprima nei pressi di Lisbona, dove si è svolta la quarantesima edizione della Festa dell’Avante, organizzata dal Partito Comunista Portoghese nel primo fine-settimana del mese, poi alla Festa de l’Humanité, che si svolge ogni anno presso il Parco dipartimentale de La Courneuve, vicino Parigi. Due appuntamenti dall’origine comune, che però oggi testimoniano del baratro ideale apertosi nei decenni tra le forze del movimento comunista europeo. Nella misura in cui questi due eventi sono venuti allontanandosi fino ad apparire oggi come profondamente e irrimediabilmente diversi, il nostro approccio ad essi è stato differente, rispondente come doveva essere alla nostra scelta di campo contro la liquidazione del carattere rivoluzionario del nostro movimento, per la sua ricostruzione e rigenerazione sul piano teorico, politico e organizzativo.

Alla Festa di Lisbona siamo andati per imparare. Da sempre essa rappresenta un’espressione di quella che Alvaro Cunhal chiamava “l’allegria di vivere e di lottare” dei comunisti portoghesi, un’immagine dei rapporti sociali che i comunisti lottano per costruire e del loro potenziale liberatorio, la gioiosa rappresentazione offerta al Portogallo tutto dell’orgoglio di una militanza vissuta dentro il “grande collettivo del Partito” come disciplina liberamente scelta finalizzata alla conquista di un modo nuovo di essere liberi. La musica dell’Avante, la molteplicità delle manifestazioni culturali che vi vengono ospitate, la complessa, articolata e mai falsificata rappresentazione che vi si offre del paese e del ruolo che la sua classe operaia si candida a svolgere nel conquistare quell’avvenire di giustizia appena delineato dalla Rivoluzione del ’74 e subito tradito dalla restaurazione capitalista voluta dalla socialdemocrazia manovrata dall’imperialismo atlantico, tutto suggerisce l’alternativa possibile, concreta rappresentata da un Partito consapevole della propria funzione, saldamente ancorato alla sua natura di classe, fieramente marxista-leninista.

Certamente il tempo apre contraddizioni, la crisi strutturale del capitalismo e le insufficienze presenti dei comunisti nel porvi soluzione, nel tradurle in spinta decisiva alla conquista del potere, anche in Portogallo stanno lasciando il segno, mentre anno dopo anno scelte gravose si impongono e il PCP, sempre di più, pare sospeso in un presente interminabile, ostaggio di una società che sembra aver perso il coraggio di cambiare che mosse all’azione Bento Gonçalves, il fondatore del Partito morto nella deportazione cui il salazarismo lo aveva condannato, come i giovani militari che il 25 Aprile del ’74 schiusero al paese le porte dell’avvenire.

Oggi il PCP ha accettato, costretto dagli eventi, di consentire la formazione di un governo monocolore socialista che si avvale del sostegno parlamentare delle sinistre e che si è incamminato per la difficile strada della ricerca dell’equilibrio tra sostegno all’ideologia europea e rifiuto di sottostare ai diktat della Trojka. Quale esito questa scelta darà per l’avvenire dei comunisti portoghesi è cosa incerta, incompatibili come sempre si sono dimostrati con l’europeismo e con il collaborazionismo di classe, ma è certo che essi possono farsi forti della loro solida influenza sulle masse lavoratrici, del prestigio e dell’egemonia di cui godono nel movimento sindacale, della loro inesauribile capacità di lavoro. A Lisbona siamo andati per questo: per vedere coi nostri occhi di cosa sono in grado, cosa possono e sanno costruire masse organizzate e disciplinate, ancora e sempre capaci di credere saldamente nella necessità e nella concretezza della conquista possibile di una società migliore. Tra i compagni portoghesi, tra gli stand dei partiti fratelli venuti dai quattro angoli della terra per partecipare alla loro festa, abbiamo vissuto un momento fondamentale di formazione politica, una palpabile manifestazione della valorizzazione dell’azione umana che il comunismo rappresenta. Ne siamo tornati più consapevoli di noi stessi e dei nostri compiti, armati più che mai di fiducia nel futuro.

La Festa de l’Humanité rappresenta forse, in questo momento, la perfetta antitesi dell’appuntamento portoghese. In essa si può scorgere un quadro a tinte fosche della profondità con cui l’egemonia borghese ha saputo agire nel disarticolare il nostro movimento. Nata come esaltazione della forza della classe operaia di quello che Marx definiva come il paese tradizionale della lotta di classe, la festa del PCF è oggi un crocevia di contraddizioni, dove genuine e insopprimibili manifestazioni di slancio rivoluzionario coesistono con i più stucchevoli rituali dell’integrazione nel sistema, mentre gli affollati viali riproducono l’atmosfera di animazione macchinale, alienata e mercificata, che è propria delle relazioni sociali nel mondo in cui viviamo. La politica, a La Courneuve, diventa ogni anno più marginale, i contenuti più sbiaditi, le prospettive più confuse. Le imminenti elezioni presidenziali trovano un PCF balbuziente, ostaggio del proprio opportunismo e lontanissimo dal poter incanalare politicamente il potenziale conflittuale espressosi nelle lotte della scorsa primavera contro la riforma del mercato del lavoro promossa da Hollande. Non è soltanto l’identità ideologica ad essere evaporata, ma anche la connotazione antropologica di un partito che solo a macchia di leopardo, sul suolo di Francia, conserva ancora una reale connotazione operaia.

A Parigi eravamo invitati non dal PCF, ma dalla nostra organizzazione sorella, il Polo di Rinascita Comunista in Francia (PRCF), che del Partito di Thorez e di Duclos vuole raccogliere la bandiera per declinarne l’eredità nelle condizioni nuove della Francia e del mondo contemporanei. Un’organizzazione, il PRCF, con cui condividiamo l’orgogliosa rivendicazione di un’adesione creativa a quell’identità ideologica leninista che la propaganda delle classi dominanti vorrebbe convincerci ad abbandonare tra le vestigia del secolo passato, proprio quando la prova dei fatti ne riafferma con vigore l’inalterata validità. E condividiamo con i compagni francesi la ricerca concreta, quotidiana, delle forme e delle strade per aderire davvero alle condizioni storiche nazionali, per corrispondere idealmente, culturalmente e nella prassi alle attese di popoli il cui senso comune è stato forgiato dalla specificità di una traiettoria da rivendicare interamente, sull’esempio delle grandi rivoluzioni del nostro tempo, per farne una parte del patrimonio comune dell’Umanità che trasforma se stessa per liberarsi. Il PRCF partecipa alla Festa de l’Humanité affittando all’organizzazione del Partito Comunista uno spazio da offrire ai visitatori come un’isola d’impegno e di riflessione. Eravamo con i nostri compagni allo straordinario incontro internazionale che hanno organizzato nel pomeriggio del 10 settembre, e insieme con noi c’erano i compagni del partito SADI del Mali invaso dalla Francia neocolonialista, l’ambasciatore del Venezuela bolivariano che non cede all’assalto fascista, i compagni sudcoreani perseguitati dal regime filo-americano di Seoul, i polacchi che lottano contro la messa al bando del loro partito, gli indonesiani che chiedono al mondo di riconoscere infine l’orrore del genocidio anticomunista perpetrato contro il loro partito da Suharto su ordine di Washington nel 1965. Da tanti paesi una lingua comune, il canto dell’Internazionale intonato da ciascuno nella propria lingua, la riaffermazione di una solidarietà senza confini di cui Fronte Popolare si onora di fare parte.

Tornati in Italia ci misuriamo con l’entusiasmo di sempre, con il nostro incrollabile ottimismo della volontà, con la missione appassionante di restituire al nostro popolo una prospettiva rivoluzionaria per trasformare l’esistente. Portiamo con noi Lisbona, Parigi, i legami che vi abbiamo sviluppato e le lezioni che vi abbiamo appreso, come parte di un patrimonio crescente di idee e di capacità di lavoro che siamo decisi a mettere a disposizione di tutti gli italiani non rassegnati e combattivi. È quanto i nostri compagni, fuori d’Italia, si aspettano dagli eredi di Antonio Gramsci. È il dovere di tutti e di ciascuno di noi.

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