Bankitalia: la verità è nel mezzo, ma sempre dalla parte del capitale

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Cerchiamo di spiegare in termini brevi cosa è successo con il decreto Bankitalia, che ha fatto tanto  discutere e ci tornerà utile per dimostrare l’uguaglianza politica tra destra e sinistra, chi è realmente al governo del paese e la continuità politica italiana negli ultimi vent’anni.
Per fare questo, partiamo con un esempio in cui ci caliamo nei panni dei capitalisti, in una società capitalista configurata come la nostra.
Tizio, Caio e Sempronio sono azionisti di una società con un capitale di 100.000 Euro con partecipazione di un terzo ciascuno. Alla costituzione della società, un vecchio magnate, rimbambito dal suo amministratore e dagli anni, ha fatto dono ad essa di un caseggiato del valore di 200.000 Euro che è andato a far parte del patrimonio sociale.
In una situazione del genere, nel caso Tizio voglia uscire dalla società, verrà liquidato con un 1/3 del capitale sociale, circa 33.000 Euro. Nel caso in cui la società termini la sua esistenza e considerando solo le quote e il caseggiato, la liquidazione dei tre soci diventerebbe di 100.000 Euro, ossia la quota azionaria più un terzo del caseggiato.
Un giorno qualsiasi, il consiglio di amministrazione della società decide (non senza opposizioni interne) di aumentare il capitale sociale, facendo entrare a far parte di questo anche l’immobile donato dal vecchio magnate.
Dopo questa scelta, Caio decide di uscire portando via con se 1/3 del capitale, che non è più di 33.000 Euro, ma dopo l’aumento è diventato 100.000.
Torniamo ora alla realtà, alla nostra vecchia Banca D’Italia, e sostituiamo in modo algebrico i dati dell’esempio al nostro caso reale. Otteniamo una cosa del genere.
La società costituita è Bankitalia; Tizio, Caio e Sempronio sono le banche aventi le quote di Bankitalia; il caseggiato sono le riserve di Bankitalia. Ora ci mancano da definire il consiglio di amministrazione, il vecchio magnate rimbambito e l’amministratore di costui.
Il consiglio di amministrazione è rappresentato dal Parlamento italiano, l’amministratore del magnate è il Governo(ai tempi del cambiamento degli scopi della Banca d’Italia) diretto dall’Unione Europea. E la figura del vecchio magnate rimbambito siamo tutti noi: il popolo italiano.
Da questo esempio applicato alla realtà possiamo dedurre tante cose, tutte di fondamentale importanza.
Punto primo. Bankitalia era già privata prima di questo decreto, quindi dal punto di vista del magnate(ossia del popolo) non cambia niente perché ormai il danno era già fatto. Precisamente Bankitalia è completamente privata dal 1998, momento in cui il controllo reale passa sotto la BCE. Quest’azione è stata effettuata dal governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, a dimostrazione della continuità politica che si è avuta negli ultimi vent’anni. Alla faccia di quelli che dicevano dobbiamo lottare contro Berlusconi!
Punto secondo. Apparentemente la decisione è stata presa dal Parlamento, ma all’atto pratico il suggerimento è arrivato dalla BCE. Più che suggerimento possiamo definirlo obbligo. Questo dimostra chi è nella realtà al governo del nostro paese.
Punto terzo. La decisione di aumento di capitale è condivisa sia dal centro-sinistra che dal centro-destra, tra questi anche le ali apparentemente più estreme. Proprio queste ultime hanno svolto egregiamente il ruolo di pacificazione sociale, assegnatogli dal potere oligarca europeo e hanno dimostrato chiaramente i loro modi dispotici.
Questo dimostra l’uguaglianza sostanziale tra centro-destra e centro-sinistra, dalle parti più moderate a quelle più estremiste.
Ora qualcuno giustamente si chiederà: “Ma allora è stata inutile la protesta del M5S?”.
Noi siamo convinti di no e non ci vergogniamo a dimostrare il nostro sostegno.
“Ma allora, visto che Bankitalia era già privata, quindi quei soldi già non erano più nostri, perché sostenere questa protesta?”
Sostenere questa protesta, nonostante ci siano delle inesattezze di fondo, significa mostrare il proprio dissenso verso questa forma di amministrazione. Significa dissentire nei confronti di chi ci vuole schiavo della finanza. Significa dimostrare di voler cambiare questo sistema, di riprenderci ciò che è nostro.
D’altronde, noi la soluzione a queste piccolezze l’abbiamo già e sarà la prima cosa che faremo se un giorno dovessimo arrivare al governo del paese: fonderemo tutte le banche in un’unica banca nazionale e il popolo ne avrà il controllo. Qualcuno allora ci dirà che siamo avventurieri, utopisti e fermamente noi gli rispondiamo: “ci è riuscito Lenin nel 1917, perché non dovremmo farcela noi?”
Qualcuno si lamenterà sicuramente di questa scelta, ma sarà la ragione a giudicarne la colpevolezza e il popolo ad eseguire la condanna.

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