Attacco alla democrazia: la lettera BCE del 5 agosto 2011

bandiera

Il referendum costituzionale del 4 dicembre (di cui, giustamente, si parla molto in queste settimane) ci permette di ragionare e discutere sullo stato di salute della democrazia in Italia. Beninteso, stiamo parlando della democrazia borghese, ossia di quel simulacro di democrazia che la borghesia concede fintantoché è suo interesse (e che, in momenti di forte crisi come quello che stiamo vivendo, tende a limitare se non ad eliminare del tutto), ma che dobbiamo comunque difendere perché è quel piccolo spazio che ci permette di costruire una alternativa di classe a questo sistema corrotto. Questa discussione, questo ragionamento deve partire, per forza di cose, da lontano e non può limitarsi alla sola riforma costituzionale del governo Renzi (anche se questa è, a tutti gli effetti, la parte finale del progetto). Abbiamo deciso di partire dalla lettera che la BCE ha inviato al governo italiano il 5 agosto 2011, data che, a nostro avviso, segna una accelerazione nel processo di distruzione della democrazia e dei diritti in Italia. Un’ultima avvertenza prima di cominciare: quando parliamo di limitazione o di distruzione della democrazia non intendiamo solo la sua forma “istituzionale” (cioè formale, parlamentare), ma anche la sua forma “sociale” e sostanziale, ossia i diritti acquisiti dopo anni di dure lotte e che, quotidianamente, ci vengono strappati.

Il contenuto della lettera del 5 agosto 2011

Chiunque di noi ricorderà quei giorni. La crisi delle borse, lo spread BTP-BUND alle stelle, un governo Berlusconi che più nessuno voleva, soprattutto l’oligarchia europea che premeva per una fortissima accelerazione nel processo di riforme (leggi: distruzione) in Italia. In questo contesto il presidente uscente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet, e il futuro presidente, Mario Draghi, inviarono una lettera al governo italiano. Sotto una forma diplomatica e burocratica si nascondevano veri e propri diktat. Quale era il contenuto di questa tristemente famosa lettera? Dopo un corto preambolo gli avvoltoi della finanza espongono i propri ordini. Leggiamo che, secondo la BCE, “E’ necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.”. È forse un caso che, sempre più spesso, sentiamo parlare della necessità di liberalizzare i servizi? È forse un caso che assistiamo quotidianamente ad una e vera propria campagna dell’odio contro tutto ciò che è pubblico e che, automaticamente, passa per inefficiente, burocratico, nefando, mentre tutto ciò che è privato risulta essere ottimo, funzionale, rapido ed efficiente? Di nuovo: è forse un caso che, come chi si occupa di politica (anche e forse soprattutto a livello locale) si passi sempre più dalle parole ai fatti esternalizzando sempre più servizi e (s)vendendo quanto di pubblico era rimasto?

Proseguiamo. Come ulteriore punto “suggerito” dagli oligarchi troviamo: “C’é anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.”. Un modo molto più elegante (e burocratico, quindi freddo e distaccato) per dire: “Muovetevi ad eliminare qualsiasi forma di contrattazione nazionale e collettiva, arrivate alla sola contrattazione aziendale e vedete di fare gli interessi dei padroni!”. Sì, in sostanza la BCE ricorda ai governanti che il concetto di capitalismo è proprio questo: massimo profitto per i padroni, condizioni disumane (o meglio: quel tanto che basta alla riproduzione della classe) per i lavoratori. Quello che si è ottenuto al prezzo di lotte lunghissime e che si è pagato col sangue di noi sfruttati deve terminare: bisogna fare in modo che il salario e le condizioni di lavoro siano ritagliate sulle “esigenze specifiche dell’azienda”. E non è forse quello che sta avvenendo? Non stiamo forse assistendo ad una distruzione dei diritti lavorativi e ad un tremendo abbassamento dei salari?

Non è tutto. Il punto seguente, infatti, recita: “Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.”. Vi ricorda nulla? Forse potrebbe richiamare alla mente l’abolizione dell’articolo 18, il Jobs Act e tutte le politiche degli ultimi anni a favore della borghesia e contro i lavoratori.

I due presidenti, tuttavia, sono inarrestabili e proseguono così: “Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. […] E’ possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.”. Di nuovo troviamo l’imposizione di provvedimenti che i governi italiani si sono affrettati a prendere nei periodi successivi. Sul sistema pensionistico sono intervenuti pesantemente e non è il caso di ricordare i danni prodotti dalle riforme di chi, non contento di aver spremuto a sangue gli italiani, ha avuto pure la faccia tosta di insultarli con le sue lacrime da coccodrillo (ci scusiamo con questo povero animale che, ovviamente, non ha nulla a che spartire con certa gente e che potrebbe sentirsi offeso. Modi di dire, vecchio mio, modi di dire…). Anche sul pubblico impiego assistiamo da anni ad una vera e propria campagna mediatica contro i lavoratori del settore che, tra l’altro, vedono bloccati i contratti e iniziano sempre più a vedere precarizzato il proprio lavoro.

Restano due punti da analizzare. Nonostante nelle lettera essi abbiano una diversa posizione preferiamo invertirli perché riteniamo che l’ultimo punto che qui tratteremo (penultimo nel testo originale) sia estremamente inquietante per i motivi che andremo ad esporre.

Cosa suggerisce ancora la BCE? Questo: “Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’é l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.”. Insomma, vediamo esposte le linee generali della riforma della pubblica amministrazione di cui si è tanto parlato. Vediamo, inoltre, indicata la necessità di abolire le province. A dirla tutta in questo caso si è optato per un sistema più spiccio: per ora si è abolita l’elezione del consiglio provinciale e del suo presidente, che vengono nominati dai sindaci e dai consiglieri comunali del territorio (elezioni di secondo livello, quindi…vi ricorda nulla?). Anche quelle province eliminate sulla carta (come, ad esempio, quella di Lodi) restano di fatto. Depotenziate, senza legittimità elettorale, completamente nel caos, ma restano. Potremmo fare considerazioni sul perché, nel Dopoguerra, le province restarono nell’ordinamento italiano. Potremmo parlare della necessità sentita dai Padri costituenti di spezzettare il più possibile il potere per evitare ogni accentramento che potrebbe portare ad un nuovo regime in Italia (autoritario e apertamente dittatoriale). Potremmo parlare della restrizione della democrazia avvenuta attraverso la decisione di eliminare l’elezioni diretta dei consigli provinciali e della presidenza. Potremmo, ma lo abbiamo già fatto altrove e non vogliamo annoiare ulteriormente il lettore.

Infine l’ultimo punto (in realtà penultimo nel testo originale della lettera), che riteniamo estremamente inquietante. “[…]Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.”. In sostanza un organo burocratico e NON eletto si permette di imporre apertamente ad un governo i provvedimenti da prendere ed il tempo entro cui essi vanno presi. Di più: si permette di imporre una modifica della Costituzione! In una situazione normale un qualsiasi governo avrebbe mandato al diavolo questi loschi individui. Ma non dobbiamo dimenticare che in Europa comandano le oligarchie finanziarie e non i cittadini. Fu così, allora, che il governo Berlusconi (allora in carica) propose determinate misure economiche che il Parlamento, in solo un mese (ma come?! Mica bisogna riformare la Costituzione per accelerare i tempi?!), si affretta ad approvare. Il tutto, ovviamente, entro il mese di settembre, come imposto dalla lettera Trichet-Draghi. Le misure, tuttavia, non furono ritenute sufficienti dai cani da guardia dell’oligarchia (Sarkozy e Merkel) ed il resto è storia (caduta del governo Berlusconi, nomina del governo Monti…). Un’ultima nota finale: nel 2012 viene approvata la modifica che impone il pareggio di bilancio in Costituzione, esattamente quello che “chiedeva” la BCE. Interessante l’iter di approvazione: l’8 settembre 2011 il Consiglio di Ministri vara il disegno di legge costituzionale, il 17 aprile 2012 il Parlamento approva, il 20 aprile il Presidente della Repubblica Napolitano firma. Riforma iniziata sotto il governo Berlusconi e conclusa sotto il governo Monti. In pochi mesi. Perché i nostri parlamentari ed i nostri governanti sanno essere rapidissimi quando glielo si chiede con i dovuti modi…

Una breve nota conclusiva

Considerazioni sul contenuto della lettera che ha deciso il destino di un intero popolo sono già state fatte nel corso dell’articolo. Ci sentiamo, in conclusione, di sottolineare nuovamente determinati aspetti. L’Unione Europea in cui viviamo è un sistema dittatoriale imposto dall’oligarchia finanziaria. Mentre gli alfieri dell’europeismo ci presentano questo blocco capitalista come un ente di pace, di libertà e democrazia appare in realtà sempre più evidente come esso sia ostaggio di un gruppo di pochi individui non eletti da nessuno che, in nome del massimo profitto per i padroni, impongono determinati provvedimenti ai governi europei. Questi individui sono a loro volta appoggiati e protetti dalla Germania, gendarme europeo che vigila affinchè tutto vada come deve andare. Il progetto di questi individui appare chiaro e lo abbiamo già anticipato all’inizio dell’articolo: distruzione di ogni simulacro di democrazia, eliminazione dei diritti, accentramento del potere, sottomissione totale dei lavoratori, ossia della stragrande maggioranza del popolo. Solo noi lavoratori, solo noi sfruttati abbiamo la forza di fermare questo disegno perverso. Un’occasione ci viene offerta con il referendum del 4 dicembre, di cui parleremo in un futuro articolo, ma questo non può e non deve essere sufficiente. Serve una forte unione di tutti i lavoratori sulla base di un programma realmente alternativo. Serve mettere all’ordine del giorno il superamento di questo sistema corrotto, l’uscita dall’Unione Europea, l’instaurazione di una vera democrazia, radicale e comprensiva, serve estendere i diritti. Serve, insomma, il socialismo.

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