Sul pensiero attuazionista

attuazionismo

Da sempre il Movimento R-evoluzione cammina sulla strada del dialogo e del confronto, convinto che anche da questo processo possa nascere quel nuovo raggruppamento che possa portare con dignità il nome di “sinistra”, troppe volte abusato ed usurpato. Coerenti con questa posizione ci siamo sempre impegnati a leggere e pubblicare gli articoli e le opinioni che ci giungono da più parti, sperando che da questi possa nascere un dibattito, un confronto. Recentemente abbiamo ricevuto, su segnalazione di un compagno, questo articolo sul cosiddetto pensiero attuazionista. Lo pubblichiamo parzialmente modificato: esso, in origine, era una sorta di conversazione con Fulvio Grimaldi. Per ragione di spazio è stata eliminata l’introduzione ed il finale, ma è stato mantenuto il corpo dell’articolo (che rappresenta, per ovvie ragioni, la parte più importante).

“Il Pensiero Attuazionista è un pensiero filosofico politico, in continua elaborazione e sviluppo, che si occupa dello studio degli attuali rapporti sociali di produzione, cercando di colmare così una grave lacuna teorica odierna, visto che oggi purtroppo nessuno si preoccupa più di produrre analisi sperimentali (sulla struttura sociale attuale), ma appaiono tutti troppo impegnati a riportare dal passato le teorie tal quali, oppure approssimativamente e acriticamente riadattate. Quello che facciamo noi invece è analizzare la realtà alla luce dei rapporti sociali di produzione generati da questa fase imperialista globale, da questo preciso modo di produzione capitalistico. Cercando di fare ciò che purtroppo non vedo seriamente più intraprendere: l’individuazione dell’attuale soggetto sociale di riferimento atto per sua natura e funzione, a poter cambiare lo stato di cose presenti. L’imperialismo dominante statunitense ha avuto la sua grande influenza nell’instaurazione di un nuovo rapporto sociale di produzione, diverso da quello che in passato che ha dato origine al “lavoro salariato”. Questo nuovo rapporto prevede innanzitutto la presunta “liberazione” dalla “dipendenza” del lavoratore dal datore di lavoro, che in passato era il proprietario dei mezzi di produzione. Liberandosi dalla dipendenza, il lavoratore è “libero” di poter essere scambiato come pura merce sul mercato del lavoro, gestito sempre più attraverso la mediazione dalle multinazionali criminali del lavoro, le cosiddette ex interinali, oggi “agenzie di somministrazione di lavoro”. Particolare attenzione la riserviamo allo studio e all’approfondimento del ruolo che il concetto di “mediazione (criminale)” assume nella ridefinizione sociale dell’assetto strutturale in vista del nuovo ordine mondiale. In pratica, nel caso del lavoro, si tratta di soggetti (privati) che, pur non possedendo i mezzi di produzione in senso stretto, si interpongono criminalmente tra Capitale e Lavoro, disponendo della forza lavoro come una merce di scambio e lucrando profitto sulla disoccupazione. Quindi il lavoratore oggi appare sfruttato due volte, costretto a “consumare” liberamente lavoro e “non lavoro”, diviso in “celle” spazio-temporali (luoghi e tempi discontinui di lavoro), disgregato rispetto ai lavoratori che rientrano ancora nel classico rapporto del salariato, impossibilitato a riappropriarsi di diritti che in realtà, a differenza delle conquiste operaie, non ha mai potuto avere perché il rapporto sociale da cui ha origine la propria classe è diverso da quello precedente e non ne contiene traccia. E’ già privo in partenza di quei diritti che gli operai hanno conquistato con le lotte del passato e perso via via attraverso l’opera di macelleria sociale operata negli ultimi decenni grazie allo scippo di quello straccio di sovranità politica che avevamo. Si è andata esaurendo e va esaurendosi sempre più cioè tutta la potenzialità di sfruttamento, consistente nel mungere gli “operai” mentre si sviluppa una nuova mammella da spremere, una nuova classe sociale perfettamente funzionale al progetto di dominio imperialista. Parlando di “precariato”, in realtà cercano di circoscrivere a un discorso di differenza di “categoria” contrattuale ciò che descrive un’ intera formazione sociale scaturita dai nuovi rapporti, e cercano soprattutto di farlo passare come “residuale” rispetto alla classica classe del lavoro salariato (falsamente) sindacalmente e politicamente rappresentata. Vogliono inoltre obbligarci a vedere il precariato come un mero disagio sociale, dal punto di vista esistenziale e sociologico, una vera sventura capitataci improvvisamente tra capo e collo. Cellariato. E’ così che invece noi definiamo quella nuova formazione sociale scaturita dall’imperialismo odierno, che acquisisce la propria coscienza sociale e che cerca il riscatto innanzitutto tramite la pretesa del proprio riconoscimento politico, indispensabile per l’organizzazione di una nuova lotta di classe, completamente aderente alla realtà odierna, giustamente incentrata teoricamente e quindi efficace, perché parte proprio dal prodotto sociale di quel progetto che si vuol combattere. E’ lì insomma che si innesca il processo attuativo, esattamente nel punto di incontro tra istanze antimperialiste su scala globale e istanze sociali di classe. Infatti, la conseguenza più disastrosa di questo cambio del rapporto sociale determinante è l’aver reso in questo modo impossibile la riorganizzazione di una lotta di classe che segua pedissequamente i vecchi paradigmi di capitale e lavoro, il vecchio assetto sociale, i vecchi rapporti sociali di produzione. In altre parole il sistema capitalistico non sta spingendo più su quel rapporto sociale del passato, che caratterizzava quel particolare “modo”, ma per avanzare in questa Transizione criminale punta tutto su questo nuovo rapporto sociale che scaturisce proprio dall’intervento imperialista sugli assetti sociali degli Stati, attraverso il modello socio-economico ultraliberista assassino, dai dictat a stelle e a strisce. Ma la mediazione non interessa solo le agenzie interinali, ma gli stessi centri per l’impiego, i corsi di formazione, e in modo diverso ma altrettanto criminale aziende politiche (mediazioni private nell’erogazione di un servizio pubblico) come Equitalia spa, che si pongono tra Stato e singolo individuo per lucrare sullo sfruttamento. Il concetto di mediazione si riscontra anche nel rapporto di forza tra stati e, entità sovranazionali (come ad esempio l’Unione Europea,la Bce , l’FMI, l’Onu o altre), sono adibite funzionalmente a strumenti di asservimento imperialista, che interponendosi nei rapporti tra stati ne rendono più difficile il confronto diretto e il riscatto, giustificando la demolizione del significato stesso degli stati nazionali, che pur dovrebbe sostanziarsi nell’autodeterminazione politica dei popoli, dando un giro di vite ulteriore allo sfruttamento globale. Il caso specifico dell’UE, che serve come mediatore per il dominio che da noi esercitano i nostri padroni d’oltreoceano è molto eloquente dell’importanza del concetto. Ciò che avviene a livello di rapporti di forza tra Stati e ciò che succede all’interno del tessuto sociale del nostro paese attraverso una ridefinizione delle classi sociali, sono strettamente interconnessi tra loro. E per essere efficace una lotta deve tenere in considerazione entrambi gli aspetti, cioè deve essere anticapitalista (nel senso di agire sui rapporti sociali di produzione) e antimperialista (in funzione della considerazione dei rapporti di forza tra gli stati, soprattutto all’interno delle contraddizioni che generano).Portare avanti, a proprie spese, lo studio e la ricerca, nell’ottica dell’osmosi tra teoria attuabile e prassi coerente, delle nuove classi sociali che rappresentano le ricadute sociali dell’imperialismo dominante, e cioè in sostanza contribuire a colmare quella lacuna teorica di cui sopra, per il rilancio di una nuova lotta antimperialista di classe, è tra i nostri primari obiettivi, e la cosa personalmente, mi rende orgogliosa perché so di lavorare dove ce n’è davvero bisogno. Come ti dicevo precedentemente noi siamo più che altro un laboratorio, intorno al quale il movimento che si genera non è affatto organizzato, proprio perché non ci interessa rappresentare quel contenitore che porterà avanti i contenuti che ci impegniamo ad elaborare e a spingere. Agendo sui contenuti, riusciamo ad essere infinitamente più coerenti, perché non abbiamo altri fini che quelli di portare avanti un’Idea, e nulla da difendere se non l’idea stessa. Siamo interessati di conseguenza alla costruzione di una nuova area politica a sinistra che raccolga questi contenuti e li sviluppi ulteriormente, che produca aggregazione intorno agli interessi sociali di questa nuova formazione, siamo convinti cioè che l’aggregazione prima che politica debba essere sociale, altrimenti la politica perde il suo ruolo di interprete della realtà sociale. Siamo quindi interessati a spingere il vero antimperialismo (per vero intendo quello appena descritto, cioè quello che considera e studia le ricadute sociali sia negli stati aggrediti perché non allineati sia negli stati allineati e quindi disgregati socialmente e privati di autonomia politica come il nostro, e da ciò prende spunto per combattere l’imperialismo dominante attraverso la leva “sociale”) a sinistra. Una sinistra che non c’è bisogno che ti dica quanta responsabilità abbia nel nostro asservimento ai padroni d’oltreoceano, nello smantellamento del nostro stato sociale, nella deriva anticomunista sinistra e nella concessione di spazi politici a frange destre (ben più motivate all’avanzamento) che ne approfittano abilmente e acquisiscono sempre più vantaggio politico. Verso quelle parti politiche che approfittano dei fianchi scoperti della sinistra piegata e vilipesa ai dictat imperialistici, noi siamo spietati, conducendo una lotta di idee tesa appunto al contrasto delle nuove derive reazionarie, sia quando passano da destra sia quando furbamente assumono nuove forme più digeribili ma assai tossiche nella sostanza. Nel merito le combattiamo, attraverso la prospettiva di classe. Antifascismo come strumento e mai come identità, visto che l’antifascismo inteso come identità ha cominciato a svilupparsi solo quando si è indebolita l’identità comunista. L’antifascismo va recuperato dove veramente occorre, nella sostanza della prospettiva di classe odierna, solo così si rende efficace verso le nuove forme di fascismo – nazismo che vanno costruendosi con assai più estro. L’antifascismo storico riportato a mero scontro da stadio non ci interessa, mentre ci interessa lavorare nella sinistra laddove mostra le proprie lacune per colmarle, per disvelare le contraddizioni al fine di risolverle, e fare antifascismo negli spazi politici vitali che sono lasciati a sé stessi in balia di nuove egemonie di aggregazioni politiche di destra, semplicemente andando fino al fondo delle loro motivazioni per contrastarle nel merito, per disarmare i loro alibi e infine per sapere dove individuare i punti sensibili dove lavorare a sinistra. Insomma noi vorremmo riportare a sinistra l’ago della politica. E vorremmo farlo tramite l’antimperialismo. Per tutto ciò che ti ho riportato, e per altro ancora, ovviamente spesso non siamo ben visti perché ritenuti parecchio scomodi. In realtà ci preme spingere per far luce e per riflettere sulle contraddizioni, per attuare ovunque quel disvelamento che oggi è diventato una questione di vita o di morte.”

 

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