Lo spirito di Resistenza

Alcuni trascorsi del Partigiano “Il Barba”

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, nell’articolo 2, sanciva il diritto di “resistenza all’oppressione”, nell’articolo 35 del 1793, in una seconda Dichiarazione, sanciva che il diritto alla resistenza e all’insurrezione era il più sacro dei doveri di ciascuna parte del popolo. Da allora molti le hanno messe in pratica.
La storia del 1900 porta ad una inevitabile riflessione sul difficile ed aspro cammino dei popoli verso la loro liberazione, un cammino cosparso di atti eroici che tutti noi dobbiamo contribuire ad alimentare per combattere ogni ingiusta cancellazione del ricordo.
Ovunque venisse esercitato il dominio delle grandi potenze o sono esistiti regimi totalitari, sono nati movimenti di resistenza, uomini si sono rifiutati di chinare la testa quando sarebbe stato molto più facile adeguarsi.
Durante la seconda guerra mondiale, tutti i popoli hanno dovuto lottare contro  le armate naziste e i loro alleati. In alcuni paesi hanno combattuto unicamente per respingere l’invasore, in altri come in Italia, la Resistenza è stata lotta contro il fascismo, per recuperare libertà e democrazia al Paese e lotta contro l’invasore nazista.
La Resistenza in Italia inizia la lotta senza armi, senza mezzi, in linea di massima, basata sull’improvvisazione, ma per la prima volta si ha un movimento di popolo che decide il proprio destino. La stampa clandestina e il volantinaggio incoraggiano l’opposizione ai tragici eventi che vedono l’esercito tedesco e le formazioni nazifasciste perpetuare soprusi ed eccidi senza precedenti, ciò provoca questa unità di classi sociali ed ideologiche anche molto diverse fra  loro, contadini, operai, uomini di cultura, tutti uniti nel medesimo ideale di libertà.
Per tutta una generazione di giovani, l’alternativa è lavorare in condizioni servili per i tedeschi o diventare partigiani. Cominciano a costruirsi formazioni clandestine armate e nuclei per il sabotaggio organizzati nel CLN Comitato di Liberazione Nazionale, che rappresenta l’unità politica di tutte le forze antifasciste italiane, si scatena in operazioni di guerriglia, attentati, battaglie, tutte con l’appoggio della popolazione civile (ricordiamo le masse contadine che rappresentarono un valido punto di forza sostenendo  ed aiutando i partigiani divenendo spesso bersaglio di rappresaglia da parte del nazifascisti).   
Circa la nostra Resistenza il New York Time scriveva “..in fatto di dimostrazioni di massa non è mai avvenuto nulla nell’Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli italiani. Sabotaggi, scioperi e guerriglia sono una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono, sottoposti ad una doppia schiavitù (tedesca fascista), combattono con coraggio e audacia quando hanno  una causa per la quale combattere…”
Dunque ogni italiano con una coscienza libera si trova a combattere la Guerra di Liberazione per un giusto modello di vita e di società.
Caro partigiano “Il Barba”, questo era il tuo nome di battaglia, ideali che scaldano e fanno battere il tuo cuore anche in una prigione, dopo essere stato torturato, dopo aver visto fucilare i tuoi compagni, nell’attesa del tuo turno, caricato invece su di  un treno per la Germania, e fuggire con audacia buttandoti dal treno in corsa, per tornare libero e attivo nella lotta. Inesauribile il tuo coraggio e profonda la tua determinazione nel rifiuto del fascismo, encomiabile uomo.
Ti ricordi quel giorno, mentre tornavi al tuo paese nella bassa pianura lombarda, con un compagno, carico di fucili per rifornire i partigiani, in lontananza vedi un gruppo di tedeschi, vengono nella tua direzione, ti butti in un fossato per nasconderti, ora senti i loro passi, le loro voci, sei in silenzio, quasi non respiri, ogni tuo muscolo è teso, che fare…, poi istintivamente allinei i fucili sulla sponda e spari colpi in aria, correndo da un fucile all’altro, incitando il tuo compagno ad imitarti. La tua audacia ti ha premiato, i tedeschi fuggono, vi credono in molti, sei salvo.
E’ affascinante ascoltare i tuoi racconti. Guardo il tuo viso è austero, cupo, la fronte corrugata, mille pensieri affollano la tua mente, mille immagini attraversano i tuoi occhi. Mi guardi, sorridi e racconti.
Sei tornato da poco dalla montagna, costretto a salirvi per evitare di essere arrestato, è autunno, fa freddo lassù, hai partecipato a numerose azioni, hai sofferto la fame e hai perso compagni. Ora sei stanco, dimagrito e sciupato per tua madre, la tua camicia gettata a terra si sposta da sola tanto è assediata da insetti ma negli occhi hai sempre quella luce che rivela il tuo grande spirito di resistenza.
Dormi in una stalla o quando ne hai l’opportunità, a casa di una zia poco fuori il paese e collabori generosamente in ben due Brigate, ti hanno anche ferito ma non cedi.
E’ una giornata all’apparenza tranquilla mi dici, per quanto può esserlo in questo periodo convulso e drammatico. “Ecco il comandante ha bisogno di me e mi offro volontario per una missione che ancora non conosco”. Si deve liberare un partigiano catturato dai fascisti è tenuto prigioniero in un paese vicino. Tu sai cosa significa essere nelle loro mani, presto, si deve far presto, le tue mascelle si serrano per la tensione, le tue mani si stringono a pugno così forte che ti fanno male. “Prudenza!”, ti ordina il tuo comandante, il rischio è grande, siete solo in due per non attirare troppo l’attenzione, spingi sui pedali della bicicletta con tutta la forza che hai in corpo per percorrere quel tratto più velocemente possibile, fingi indifferenza, entri nella trattoria dove dovrebbe essere il prigioniero come fossi di casa, c’è un odore di vecchio, di stantio e di fumo che galleggia nell’aria, tre uomini siedono a un tavolo giocando a carte, due sono al banco del bar, tutto appare normale, ti siedi ordini da bere e aspetti. Entra un fascista che conosci, è del tuo paese, attraversa veloce il locale, non ti ha visto e scompare dietro una porta, ti avvicini fingendo di leggere una locandina appesa alla parete, non riesci a percepire nulla, improvvisamente la porta si spalanca, esce un uomo e parla con il barista, rimani senza fiato, il tuo sguardo incontra lo sguardo disperato del partigiano seduto su una sedia con le mani legate curvo su se stesso quasi a proteggersi, vorresti rassicurarlo, sussurrare “non sei solo” ma ti accorgi dei cenni nervosi e insistenti del tuo compagno attraverso la finestra chiusa, è rimasto in strada in all’erta, con un sospiro, tranquillamente paghi il tuo bicchiere di vino e te ne vai. Non c’è tempo da perdere, siete in pericolo un gruppo troppo folto di fascisti si sta avvicinando, siete solo in due, inforchi la bicicletta ti allontani quanto basta per vedere il partigiano prigioniero scortato chissà dove. L’aria è pungente respiri a pieni polmoni come a liberarti da tanta rabbia e frustrazione, vorresti urlare la tua disperazione ma non puoi, devi essere forte, la lotta non è finita. Così sei tornato deluso, amareggiato a testa china, quasi a scusarti, spieghi la tua impotenza al comandante che batte la mano sulla tua spalla, “non abbatterti non è finita, non ci arrendiamo” e ti esorta a non abbassare la guardia, sei prezioso, non potevi fare altro. E il partigiano prigioniero? Dopo tre giorni di torture, sofferenze, freddo e pane ed acqua è stato liberato ed è tornato a combattere, incurante del pericolo, forte e determinato come lo era stato prigioniero nel suo ostinato silenzio. Prigioniero nel corpo non nel cuore.
Perché concludi col raccontare questo episodio Barba? Qual è il tuo insegnamento?
“Nella vita non si devono mai perdere di vista i propri ideali, i propri valori, anche davanti a delle sconfitte non ci si deve arrendere…mai, spero di trasmettere questo prezioso patrimonio a voi che siete il futuro. Non dimenticate quel che è stato, non si può ripetere. Lottate sempre, per una società migliore, socialista, democratica ed in pace. Quello che abbiamo subito: la fame, le angherie, le barbarie della dittatura…, devono essere da esempio e da monito e se si cade è necessario rialzarsi subito, con più grinta di prima”.

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