Fu vero socialismo? La critica cinese all’Unione Sovietica di Brežnev

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Proponiamo, di seguito, un breve saggio vincitore del concorso indetto dalla pagina facebook “All Power to the Soviets” (https://www.facebook.com/AllPowerToTheSoviets?fref=ts)

La storia del socialismo è costellata da una serie di episodi (non solo teorici) che hanno creato un dibattito storico e politico. Uno di questi episodi è di sicuro quella che viene definita “era Brežnev”, ossia la storia dell’Unione sovietica dal 1964 al 1982. Il dibattito sulla natura di questo periodo è ancora in corso e divide ancora gli attori in due campi: coloro i quali sostengono che, durante la guida di Brežnev, l’Unione sovietica abbia riscoperto una linea socialista e coloro i quali, al contrario, sostengono che Brežnev abbia continuato la linea revisionista iniziata da Chruščëv. In occasione di questa “gara di saggi” sull’era Brežnev ho deciso di approfondire il tema legato alle critiche mosse soprattutto da parte della Cina di Mao che classificavano l’Unione sovietica dell’epoca come potenza socialimperialista. Questo ci porterà a toccare diversi temi di natura storica, economica e teorica.

Da Stalin a Chruščëv: la vittoria del revisionismo

 Per comprendere appieno la critica cinese all’epoca brežneviana bisogna fare un piccolo salto indietro e tornare al 1953, ossia alla morte di Stalin. Dopo la brevissima parentesi di Malenkov venne eletto alla guida del Partito comunista dell’Unione sovietica Nikita Sergeevič Chruščëv. Fu l’inizio dell’affermazione del revisionismo all’interno del Pcus e dell’Urss. Il processo, ovviamente, non fu rapido. Solo nel 1956 si arrivò alla completa demonizzazione di Stalin e al rifiuto totale della linea del Partito durante la sua guida. Dal rinnegare Stalin al rinnegare Lenin il passo era breve. Sebbene i nuovi leader sovietici si richiamassero spesso e volentieri a Lenin e al leninismo essi attuavano una politica antileninista, una politica revisionista destinata a portare al collasso dell’Unione sovietica. Il nucleo fondamentale di questa politica revisionista è il rifiuto della dittatura del proletariato. Secondo Lenin essa era necessaria per evitare la restaurazione capitalista in uno Stato socialista (veniva sottolineato il fatto che anche in un Paese socialista permane la lotta di classe, poiché la borghesia mantiene sempre la speranza di una rivincita). Come sottolineato da Mao durante il XX congresso del Pcus Chruščëv giunse a teorizzare una “via parlamentare” al socialismo, rinnegando di conseguenza l’esempio della Rivoluzione d’Ottobre e della dittatura del proletariato. Rinnegando questo punto Chruščëv rinnegò il leninismo.

 Il colpo di Stato controrivoluzionario

 Come si giunse a questa vittoria del revisionismo? I critici cinesi giungono a parlare, senza mezzi termini, di colpo di Stato controrivoluzionario. Come già detto precedentemente la lotta di classe prosegue anche nel socialismo, con una frazione della borghesia che auspica sempre una restaurazione del proprio potere e si muove in questo senso. Con la morte di Stalin una frazione di questa borghesia, che si era infiltrata all’interno del Partito, passò all’azione ottenendo la vittoria di Chruščëv. Fu lui (sostenuto, ovviamente, da altre forze) ad attuare il colpo di Stato controrivoluzionario, la cui attuazione venne identificata dalla critica cinese nella presentazione del “rapporto segreto” al XX congresso del Pcus. La demonizzazione di Stalin serviva dunque a demonizzare completamente il socialismo, la rivoluzione e la dittatura del proletariato. Il rapporto segreto fu il punto iniziale della restaurazione capitalista in Unione sovietica, processo che, ovviamente, non poteva avvenire in modo rapido e traumatico, ma solo in modo lento e graduale. Con la vittoria del revisionismo iniziò, secondo i critici cinesi, la formazione di una nuova classe borghese, una borghesia monopolista-burocratica che si infiltrò in tutti i livelli del potere sovietico, usurpando il potere socialista e accentrando nelle sue mani i poteri statali e le ricchezze nazionali. Questa classe monopolista-burocratica, essendo una classe borghese, è piena di contraddizioni interne che, ben presto, cominciano a dividerla. L’ascesa al potere di Brežnev fu frutto proprio di queste divisioni. Quando il fronte revisionista si ruppe Chruščëv fu deposto e al suo posto venne eletto Brežnev. Secondo la critica cinese questo avvenimento non rappresentò una cesura, ma una continuazione del colpo di Stato controrivoluzionario sotto un nuovo leader che, inizialmente, aveva appoggiato l’ascesa di Chruščëv. Questa cricca revisionista riuscì dove i tentativi militari occidentali avevano fallito. Come ebbe modo di sottolineare Stalin: “È dall’interno che le fortezze si espugnano più facilmente”.

 L’Unione sovietica sulla via del socialimperialismo

 Secondo la critica cinese il revisionismo portò inevitabilmente alla nascita del socialimperialismo. Stando alla loro analisi, infatti, un Paese socialista il cui governo viene usurpato dai revisionisti ha solo due possibilità: diventare un Paese socialimperialista o diventare una colonia. Viene riportato alla degenerazione del socialismo un rapporto normalmente presente nel campo capitalista. Attraverso questo processo di passaggio al socialimperialismo l’Unione sovietica divenne potenza egemone, mentre i Paesi dell’Europa orientale (ovviamente non tutti) e la Mongolia divennero “colonie”, la cui economia (attraverso la “divisione internazionale del lavoro”, la “specializzazione della produzione” e “l’integrazione economica”) venne asservita ai bisogni sovietici. Con la trasformazione dell’Unione sovietica in socialimperialismo la critica agli Stati Uniti, sempre secondo i critici cinesi, terminò di essere critica ad un sistema economico-sociale radicalmente diverso e divenne contesa per una spartizione del mondo e per il mantenimento delle sfere d’influenza. L’invio di truppe in Cecoslovacchia viene vista proprio in quest’ottica.

Un altro punto su cui la critica cinese pone l’accento è la rinascita del militarismo. Inevitabilmente, secondo loro, il socialimperialismo porta alla militarizzazione dell’economia. Essi identificano in Brežnev colui il quale portò avanti il principio di ricatto nucleare iniziato da Chruščëv. Fu durante la guida di Brežnev che l’economia sovietica subì una forte spinta verso l’industria pesante, verso l’industria militare. Si ebbe un aumento degli armamenti nucleari, degli armamenti convenzionali, della spesa militare e delle mobilitazioni. E si ebbero quelle che i critici cinesi identificano come prime aggressioni socialimperialiste, ossia l’invio di truppe in Cecoslovacchia e le incursioni in territori cinesi.

 La “dottrina Brežnev” come dottrina dell’egemonia

 Proseguendo la loro critica i comunisti cinesi arrivarono ad analizzare la cosiddetta “dottrina Brežnev”. Essi identificano in questa una vera e propria dottrina dell’egemonia. Riportiamo, punto per punto, le conclusioni cui arrivarono i comunisti cinesi.

 

1) La “teoria della sovranità” limitata, secondo la quale la sovranità di un Paese socialista poteva venire limitata in nome dell’interesse supremo del socialismo fu, per loro, una teoria elaborata per mascherare il socialimperialismo dei revisionisti sovietici. Con la vittoria del revisionismo, infatti, il socialismo fu abbandonato e ad esso fu sostituito il socialimperialismo. Secondo i critici cinesi, quindi, la sovranità dei Paesi socialisti (nell’elaborazione di Brežnev) sarebbe stata limitata non in funzione degli interessi del socialismo, ma in funzione degli interessi imperialisti dell’Urss.

2) La “teoria della comunità socialista” rappresentò, come la precedente, una elaborazione teorica per mascherare gli interessi egemonici della cricca revisionista. Essa serviva a subordinare i Paesi dell’area socialista ai voleri del revisionismo. Essa serviva ad accentrare nelle mani della cricca revisionista il controllo politico, economico e militare dei Paesi socialisti. Non più, quindi, rapporti diplomatici di parità tra nazioni marxiste-leniniste, ma rapporti di subordinazione alla potenza egemone.

3) La “teoria della divisione internazionale del lavoro” sarebbe stata, secondo i comunisti cinesi, una elaborazione teorica per nascondere la tutela degli interessi economici sovietici. Tramite questa divisione internazionale del lavoro la cricca revisionista, prendendo come esempio ciò che avveniva nel mondo capitalista, avrebbe imposto agli altri Paesi socialisti una condizione di subordinazione agli interessi economici sovietici. Imponendo una divisione del lavoro ed una specializzazione della produzione la cricca revisionista abbandonò i rapporti economici del marxismo-leninismo ed iniziò ad integrare i Paesi socialisti nella sua sfera d’influenza nel nome dell’interesse economico del socialimperialismo.

4) La “teoria degli interessi coinvolti” avrebbe rappresentato, secondo i critici cinesi, una elaborazione teorica per nascondere il militarismo del socialimperialismo sovietico. Affermando di essere rappresentanti di una grande potenza con il compito di tutelare attivamente i propri interessi la cricca revisionista avrebbe abbandonato il marxismo-leninismo abbracciando un principio imperialista. Da questo sarebbe derivata la spinta verso una forte militarizzazione dell’Unione sovietica.

 Conclusioni

 Come affermato all’inizio di questo breve saggio ho voluto approfondire la critica che i comunisti cinesi elaborarono alla politica sovietica durante la cosiddetta “era Brežnev”. È da sottolineare, per correttezza d’analisi, che i comunisti cinesi criticavano la dirigenza sovietica e la linea revisionista che essa aveva adottato. Mai la critica si rivolse contro l’Unione sovietica in quanto Paese socialista o contro il popolo sovietico. Più volte i comunisti cinesi si appellarono al popolo sovietico mettendolo in guardia dai pericoli di una restaurazione totale del capitalismo e spronandoli a reagire contro la cricca revisionista. Detto questo voglio abbandonare per un attimo il distacco scientifico che dovrebbe caratterizzare lo storico provando ad esprimere la mia posizione sul tema.

Personalmente mi trovo d’accordo su diversi punti della critica cinese, soprattutto sulla critica alla svolta revisionista all’interno del Pcus. Tuttavia non mi sento di approvare completamente la critica fatta alla cosiddetta “era Brežnev”. Sebbene essa rappresentò sicuramente un periodo di rafforzamento della cricca revisionista non rappresentò, a mio avviso, un periodo di forte repressione (come la critica cinese più volte afferma) o di asservimento totale dell’economia alla supremazia militare (è innegabile un aumento degli investimenti nell’industria pesante ed un aumento della spesa militare, ma vi furono comunque importanti investimenti nell’industria chimica, nell’industria estrattiva, nell’industria petrolifera, nell’industria farmaceutica, nell’industria edilizia, nell’industria energetica. Da sottolineare poi un forte investimento nella ricerca e nella tecnica aerospaziale). Inoltre non riesco a condividere certe prese di posizione da parte dei critici cinesi che ritengo troppo radicale. Il paragone tra l’Unione sovietica e la Germania nazista, a mio avviso, non può reggere e mi pare una forzatura. Inoltre non riesco a vedere nell’Unione sovietica dell’epoca una potenza imperialista come gli Stati Uniti. Indubbiamente queste “forzature”, questi termini usati dai comunisti cinesi sono un segno dei tempi. Oggi, a distanza di anni, col crollo dell’Unione sovietica (indubbiamente dovuto all’operato della cricca revisionista della quale Brežnev era rappresentante) si impone una nuova serie di studi sul tema. È necessaria una nuova analisi dell’era Brežnev. Una analisi scientifica, una analisi marxista-leninista che, partendo da una critica al revisionismo sorto in Unione sovietica dopo la morte di Stalin, elabori una critica all’era Brežnev. Una analisi che può avere come base le critiche cinesi qua esposte, ma che non si limiti ad esse e, anzi, approfondisca ulteriormente il tema.

 

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